Arriviamo nel villaggio di Syntou Diam Dior dopo oltre 50 km di pista polverosa. Siamo un gruppo di ricercatori, dobbiamo cominciare le nostre interviste in questa regione, la prima di provenienza dei senegalesi in Italia, per avere una fotografia della situazione migratoria, della percezione dei rischi e delle informazioni sui canali legali. Ma quali canali legali ancora esistano ce lo stiamo chiedendo prima di tutto noi. Esistono ancora canali legali? Esiste ancora il diritto al viaggio per chi a 20 anni vorrebbe costruire un futuro migliore per sé o per i propri figli o semplicemente scoprire il mondo? LA risposta ovviamente è “molto pochi”. Il diritto a viaggiare esiste solo per noi privilegiati del cosiddetto primo mondo, che se lasciamo i nostri paesi siamo considerati cervelli in fuga o expat. Tutti gli altri sono obbligati a rimanere a casa anche laddove non abbiano alcuna possibilità di sostentamento, oppure a rischiare.

Qua e là il paesaggio desertico è punteggiato da rettangoli verdi surreali. Sono campi irrigati, orti e addirittura risaie frutto di un progetto di una ONG italiana che è riuscito a far crescere piccole riserve di cibo in mezzo a questo nulla, con il fine, né troppo celato né errato, di mostrare ai giovani che un’alternativa all’emigrazione è possibile. Il famoso “aiutiamoli a casa loro” per intenderci, che però visto qui ha un senso ed è ciò che in effetti le centinaia di persone che stiamo incontrando chiedono a viva voce.

Ci vengono incontro le donne, coloratissime, che in questa luce bianca accecante risaltano nel sole della tarda mattinata e sembrano fresche malgrado i 42° segnati dal termometro del mio telefono. Ci accolgono sulle stuoie in una stanza turchese. Attraverso le parole di Ahmath, il nostro collega che parla pular ma anche perfettamente italiano perché ha vissuto 28 anni a Bergamo, iniziamo a spiegare il motivo della nostra visita. “Faremo delle interviste alle persone di questo e di altri villaggi per capire se siano informate sulle modalità e i rischi delle migrazioni” dice Hamath nella lingua dei pastori pular.

Inaspettatamente una donna di mezza età prende la parola. Ci ringrazia e dice che il nostro lavoro è prezioso, che le donne di qui sono stufe di perdere figli, mariti, fratelli. Che li vorrebbero accanto a sé, a coltivare la terra o fare altri lavori ma qui, con loro, se solo ci fosse la possibilità. Invece sono costretti ad andarsene e i villaggi restano pieni di donne che attendono il ritorno dei propri uomini, a volte invano. Da meno di 10 giorni è arrivata la notizia della morte di Bocar, un giovane partito dal villaggio a marzo, nipote suo e di molte delle donne presenti. Bocar è annegato mentre cercava di raggiungere la Spagna.

Le donne ci portano nella corte vicino, dove vivono la mamma di Bocar e la moglie, giovanissima e incinta di pochi mesi.
Camminiamo nella luce accecante del quasi mezzogiorno e attraversiamo una strada di sabbia che è una striscia che corre nel nulla.

Nulla a destra e nulla a sinistra, nulla davanti, dietro e intorno. Ai bordi di questa striscia di sabbia edifici bassi di cemento, quasi mimetizzati perché qui tutto ha preso il colore della sabbia.

Sono color sabbia le capre, i cavalli e i vitellini, color sabbia è la patina chiara che ricopre la pelle scura dei bambini, color sabbia l’esterno delle case, color sabbia il pozzo che campeggia nella corte pulita ed ordinata.

Bocar aveva 28 anni e non voleva partire…ma non è riuscito a trovare alternative. Era diplomato ma nella regione non aveva trovato nessun lavoro, aveva fatto anche la domanda per fare il carabiniere, per ben due volte.

Lui non voleva andare” ci dice la madre. “Ogni volta che dalla Spagna gli arrivavano messaggi di amici che gli proponevano di partire, si arrabbiava e diceva che non voleva rischiare e che il suo posto era qui.

Però un giorno Bocar ha deciso ugualmente di partire per il Marocco. Era il mese di febbraio e aveva appena saputo che sua moglie era incinta.

Nessuno pensava che il suo viaggio si sarebbe spinto oltre. In Marocco aveva subito trovato un lavoro in un call centre e tutti immaginavano che sarebbe rimasto là”. La moglie affranta ci mostra le foto di Bocar al lavoro.

Ma forse Bocar ha pensato che a suo figlio in arrivo servisse qualcosa di più, e si è imbarcato per attraversare quella striscia di mare che poteva essere una passeggiata, poche ore che dividono il Marocco dalla Spagna, l’Africa dall’Europa.

Prima di imbarcarsi ha mandato una foto alla moglie su whatsapp, scattata in Marocco con amici africani. Insieme avevano deciso di andare. Sono saliti in 12 su quella barca, nessuno di loro sapeva nuotare. Solo uno è arrivato in Spagna. 7 corpi sono stati ritrovati e nessuno sa se tra loro ci sia anche quello di Bocar.

Il governo ci chiede di andare a identificare il corpo, altrimenti non lo rimandano a casa….ma come vuoi che facciamo noi a partire da qui?” ci dice la madre indicando la vedova.

Kadi, 19 anni, sta seduta circondata dalle alle altre donne, nella stanza piena di cipolle. Con una mano, sotto il velo giallo, accarezza il ventre che porta quel figlio già orfano, con l’altra stringe il telefonino, dal quale tira fuori le foto del suo amato che non c’è più.

Abbiamo mandato le fotocopie del suo passaporto al suo amico in Spagna, che almeno ci dica se il mio Bocar è tra i ragazzi che hanno ritrovato. Ancora oggi i nostri uomini pensano che l’unica speranza sia andarsene: o riesci a guadagnare soldi o tanto vale morire “Ou ça passe ou ça casse! “ dicono. Stare qui a fare nulla li ferisce nell’orgoglio, non si sentono uomini. Ma come facciamo a dir loro che li preferiamo poveri, ma vivi e vicino a noi?”

E noi? come facciamo noi a far capire al mondo che nessuno fermerà questi figli, che come i nostri vogliono semplicemente avere un futuro? Come facciamo a far capire al mondo che se Bocar avesse potuto prendere un aereo o un traghetto di linea, con tutta probabilità tra un anno sarebbe ritornato dalla sua amata e dal loro figlioletto con qualche soldo per aprire un piccolo commercio di cipolle al confine con la Mauritania, e poi forse sarebbe ripartito ancora, magari verso il Gabon o il Marocco, come hanno fatto i suoi zii più anziani? Come facciamo ad accettare di poter viaggiare come e quando vogliamo, senza neppure bisogno di un visto, mentre neghiamo agli altri qualsiasi diritto e costringiamo ogni giorno migliaia di Bocar, a costellare di dolore il deserto e il mare?

Me lo chiedo e purtroppo non so darmi risposta. Domani un altro villaggio, altre interviste. Prego il mio non-dio di non farmi incontrare altre donne in lutto. Ma so che anche così non potrò ignorare l’odore del sangue di migliaia di giovani che imbratta le coscienze pasciute, ignoranti ed egoiste della Fortezza Europa.

(testo e foto @Maddalena Grechi)