Erika Boccanera, volontaria e attivista, ci racconta il caso della onlus per cui lavora con un obiettivo ambizioso: rendere l’integrazione delle persone migranti un percorso possibile e umano

 

Solo incontrando le persone si conoscono meglio i loro bisogni, le difficoltà e le loro capacità, ci dice Erika Boccanera, volontaria – insieme alle sue colleghe Maddalena, Silva, Elena – del progetto Ali, Accoglienza libera integrata, una onlus nata a Roma dall’iniziativa di tre professionisti del settore umanitario, insieme a un richiedente asilo gambiano che in prima persona ha sperimentato la difficoltà di integrarsi in un contesto poco accogliente. Ali è una realtà nata da poco e punta proprio sulla condivisione e sulla creazione di legami per “colmare le carenze di sistema di accoglienza ufficiale che, soprattutto nelle grandi città, non crea integrazioni ma situazioni di isolamento e ghettizzazione”.  Abbiamo rivolto ad Erika qualche domanda.

Erika, come sta andando questa esperienza? A Roma ci sono esperienze analoghe di integrazione “dal basso”?

L’esperienza di Accoglienza libera integrata sta muovendo i primi passi, ma ha già reso possibile la creazione di nuovi legami… e non esagero se dico che ha influito profondamente sulla vita delle persone coinvolte. Di esperienze di integrazione dal basso ovviamente ne esistono diverse, perché nuove relazioni tra migranti e abitanti di Roma si costruiscono, per fortuna, ogni giorno. La ricca rete di solidarietà creata da Baobab Experience, con la mobilitazione di decine e decine di romani che ogni giorno garantiscono pasti e servizi di base a più di 100 persone, è solo un esempio, ma per fortuna potremmo farne tanti altri. I centri di accoglienza straordinaria si trovano spesso in zone periferiche e il rischio di ghettizzazione è alto. Ci siamo chiesti quali spazi della città favoriscano l’incontro tra italiani e non italiani e abbiamo realizzato che – se non si lavora nel settore delle migrazioni e dell’accoglienza – è molto difficile trovare occasioni di incontro e conoscenza.

Come vi siete mossi?

Come primo passo, abbiamo quindi deciso di creare momenti di incontro: un pic-nic, una festa, un momento di socialità allargata. Un’altra difficoltà è stata poi capire come portare avanti queste relazioni. I migranti affrontano mille sfide, come le affrontiamo tutti, ma con molti meno punti di riferimento: trovare casa, trovare un lavoro, avere i documenti in regola, imparare la lingua… Chi si relaziona con loro può scoraggiarsi presto se non si sente capace di dar loro una mano. Quando abbiamo visto quanto erano ricche le relazioni che avevamo creato ci siamo detti: ma perché non aiutare anche altri ad averne? E così è nata Ali. La risposta è stata subito molto positiva, sono davvero molti quelli che hanno voglia di accogliere, ma che hanno bisogno di un po’ di supporto per farlo. La nostra purtroppo non è una società che favorisce l’incontro.

Quali sono secondo te le difficoltà istituzionali nel favorire processi virtuosi di integrazione a livello nazionale ed europeo?

Il carattere emergenziale del sistema, la lontananza dei centri dalle zone nevralgiche delle città, le difficoltà di accesso alla formazione e a occasioni di inserimento lavorativo e quindi l’impossibilità di sviluppare veri percorsi di integrazione. Questo fa sì che, alla fine del periodo concesso per l’accoglienza istituzionale, i richiedenti di protezione internazionale passino spesso da un dormitorio alla strada, senza che si siano dati loro strumenti e possibilità per potersi costruire una vita in una città come Roma. Il sistema di accoglienza garantisce la sussistenza di base ma investe poco nella creazione di reti e relazioni. E anche quando progetti come Ali sopperiscono a questo vuoto, il pericolo è che tutto questo investimento sia distrutto: su molti migranti pende la spada di Damocle del rinnovo dei permessi di soggiorno. Così persone che hanno già piccoli lavori e sono desiderosi di integrarsi rischiano di ripiombare nella clandestinità. Con il decreto Minniti e la recente circolare del prefetto Sarti sull’indirizzo politico che le Commissioni devono tenere nella valutazione di domande di protezione internazionale, la situazione può solo peggiorare.

Il progetto di integrazione proposto da Ali si basa su un modello di aiuto informale, volontario, e strutturato sulla base della disponibilità di ciascuno. Avete riscontrato difficoltà a dare continuità all’accoglienza proposta ai richiedenti asilo? 

La vita di chi arriva in Italia è resa difficile da un sistema di accoglienza che tanti pensano ricco (i famosi 35 euro al giorno per i migranti!) ma che di fatto non risponde appena ai bisogni primari delle persone. ALI non cerca di coprire questi bisogni direttamente. Ad esempio, non chiediamo di ospitare le persone a casa. Ma una volta che si creano relazioni di conoscenza e fiducia reciproca, può venire spontaneo mettere a disposizione occasionalmente un letto, una doccia calda o l’uso della lavatrice. Non dimentichiamo che per chi arriva è importante sentirsi parte della comunità dove oggi vive. Anche solo una giornata in un museo o in giro per la città, una cena cucinata insieme, hanno un enorme significato. Non abbiamo una ricetta per accogliere, ma cerchiamo sempre di non creare dipendenza o aspettative eccessive, e lasciamo che ogni relazione si sviluppi autonomamente, questo è il significato di accoglienza libera.

Ma mettete a disposizione un tutor per ogni relazione, come funziona?

Ogni tutor accompagna e non interferisce con la relazione, semplicemente controlla se le cose stanno andando bene, aiuta a risolvere piccole difficoltà, fa da tramite con la rete. Di storie ne abbiamo tante, ma ci piace spesso raccontare un aneddoto. S., rientrata in Italia dopo anni di lavoro all’estero, entra presto a far parte di Ali e fa così conoscenza con M. Lei manca da questo paese da vent’anni e si trova a dover ricostruire la sua rete di amicizie, un po’ come M. che invece qui è arrivato da poco. Il bello è che un giorno in centro S. entra in una bottega e il negoziante la riconosce come l’amica di M. e la saluta calorosamente in virtù di questa conoscenza in comune. S., piacevolmente sorpresa, esce dal negozio riflettendo su come sia stato proprio M. a farle fare una nuova conoscenza e non solo il contrario. Questa storia racchiude molto il senso della nostra iniziativa: non c’è qualcuno in una posizione di privilegio che aiuta caritatevolmente un qualcun altro che sta meno bene. Ci sono persone che si incontrano e nella relazione si arricchiscono, imparano a conoscersi e a sostenersi reciprocamente.

Quanto è importante la “rete di appoggio” fornita dall’associazione nel favorire l’incontro fra volontari e richiedenti asilo?

È assolutamente fondamentale. L’accoglienza è libera, ma integrata e supportata da una rete di undici associazioni (ASGI, Asinitas, DiFro- Diritti di Frontiera, Falegnameria sociale K-Alma, Fusolab, Laboratorio53, La Frangia, Legal Clinic, Matemu, Prime Italia, Zalab). Come detto prima, è difficile, quando si capisce quanto sia complicata la vita dei migranti, non sentirsi sopraffatti. Avere una rete serve ad avere accesso a informazioni e servizi importantissimi: informazioni legali, informazioni sulle opportunità esistenti di scolarizzazione o di lavoro, supporto psicosociale, per fare degli esempi.

Parlate di “azioni semplici per migliorare la vita di poche persone, attraverso esercizi di pura umanità”. Per esempio decidere di invitare a cena un rifugiato, aiutare un giovane migrante a imparare l’italiano, accompagnarlo a visitare la città o ospitarlo ogni tanto a casa. Da dove cominciare per “rompere il ghiaccio” e iniziare questa esperienza?

Stiamo mettendo insieme una collezione di idee su cosa fare, ispirate da quello che abbiamo visto già fare con successo in Ali. Basta una piccola spinta per avviare nuove relazioni, ognuna diversa dall’altra. E la fase pilota del progetto, realizzata con 10 ragazzi migranti e una quarantina di uomini, donne e bambini italiani, ci ha dato molti spunti e ci consentirà di ripartire a settembre con nuovi strumenti e per allargare le nostre attività a un gruppo più ampio

Dopo sei mesi di “progetto pilota”, Ali è diventata una onlus. L’esperienza a Roma sarà ripetuta anche in altre città?

Per ora siamo solo a Roma: ci piace muoverci passo passo, testando fino in fondo questa semplice idea progettuale prima di promuoverla presso un pubblico più vasto. La cosa che ci colpisce è la grande richiesta di partecipazione e l’enorme desiderio di creare relazioni solidali. È  un segnale di resistenza in un periodo storico difficile, che ci dà coraggio e la forza di andare avanti. Senza però bruciare le tappe. Siamo tutti volontari e ad Ali dedichiamo tutto il nostro tempo extra lavorativo. Vogliamo crescere gradualmente e in maniera inclusiva, senza perdere la capacità di fare gruppo e di conoscere ciascun membro della nostra rete personalmente e con attenzione umana. Per questo il sogno di replicare Ali in altre città e contesti rimarrà nel cassetto finché non saremo abbastanza forti e radicati nella realtà che meglio conosciamo, quella romana. Aolo allora Ali sarà pronto per spiccare il volo altrove, e speriamo che avvenga presto.

 

di Elena Paparelli

articolo originale http://www.ingenere.it/en/node/6891